Una svolta storica per i lavoratori con disabilità: la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la disparità di trattamento che escludeva dall’integrazione al minimo gli assegni di invalidità calcolati con il sistema contributivo. Ecco cosa cambia e chi ne beneficia.
La decisione della Corte Costituzionale
Con la sentenza n. 94 del 2025, depositata il 3 luglio 2025, la Corte Costituzionale ha posto fine a una discriminazione che durava da trent’anni. I giudici costituzionali hanno dichiarato illegittimo l’articolo 1, comma 16, della legge n. 335 del 1995 nella parte in cui non prevedeva l’integrazione al minimo per gli assegni ordinari di invalidità calcolati interamente con il sistema contributivo.
La decisione è arrivata dopo che la Cassazione civile aveva sollevato questione di legittimità costituzionale con ordinanza del 16 settembre 2024, ritenendo la disparità di trattamento in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione (principio di uguaglianza) e l’articolo 38, comma 2 (diritto alla previdenza sociale).
Cos’è l’integrazione al minimo
L’integrazione al minimo è un meccanismo che garantisce che l’assegno di invalidità raggiunga almeno l’importo dell’assegno sociale, attualmente pari a 603,39 euro mensili. Questo strumento serve a evitare che i lavoratori con disabilità ricevano somme troppo basse, inadeguate alle loro esigenze di vita.
Prima della sentenza, questa integrazione spettava solo a chi aveva l’assegno calcolato con il sistema retributivo (chi aveva iniziato a lavorare prima del 1996), mentre era esclusa per chi aveva l’assegno calcolato interamente con il sistema contributivo (chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995).
Le motivazioni della Corte
La Corte Costituzionale ha spiegato che l’assegno ordinario di invalidità ha caratteristiche speciali che lo distinguono dalle altre pensioni. È destinato a lavoratori che, a causa della disabilità, hanno perso una parte significativa della loro capacità lavorativa e quindi la possibilità di accumulare contributi sufficienti per una pensione adeguata.
I giudici hanno sottolineato che questi lavoratori potrebbero trovarsi in situazioni di particolare difficoltà economica, specialmente se:
- Non hanno diritto all’assegno di invalidità civile
- Non possono beneficiare di altri sostegni come l’assegno unico o l’ assegno di inclusione
- Non riescono a trovare altre occupazioni adatte alle loro condizioni
Chi ne beneficia
La sentenza riguarda tutti i lavoratori che ricevono l’assegno ordinario di invalidità calcolato interamente con il sistema contributivo e il cui importo risulta inferiore alla soglia minima. In particolare:
- Lavoratori dipendenti che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995
- Lavoratori autonomi nelle stesse condizioni
- Tutti coloro il cui assegno di invalidità è inferiore a 603,39 euro mensili (importo 2025)
Cosa cambia concretamente
Dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta Ufficiale, tutti gli assegni di invalidità inferiori alla soglia minima verranno automaticamente integrati fino a raggiungere l’importo dell’assegno sociale.
Importante: la sentenza non ha effetti retroattivi. Chi in passato ha ricevuto importi più bassi non avrà diritto agli arretrati. L’aumento si applica solo per il futuro.
I requisiti per l’assegno di invalidità
Si ricorda che per avere diritto all’assegno ordinario di invalidità occorre:
- Requisito sanitario: riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo a causa di infermità fisica o mentale
- Requisito contributivo: almeno 5 anni di contributi (260 settimane), di cui almeno 3 anni (156 settimane) nei 5 anni precedenti la domanda
L’impatto della riforma
La decisione della Corte Costituzionale rappresenta un importante passo avanti per l’equità del sistema previdenziale italiano. Come evidenziato dalla Corte, eliminare questa disparità significa garantire che tutti i lavoratori con disabilità, indipendentemente da quando hanno iniziato a lavorare, abbiano accesso a un sostegno economico minimo adeguato.
La sentenza riconosce che l’integrazione al minimo non è solo una questione tecnica di calcolo pensionistico, ma uno strumento fondamentale per garantire dignità e sostegno a chi, a causa della disabilità, si trova in condizioni di particolare vulnerabilità economica e sociale.
Con questa decisione, il sistema previdenziale italiano compie un significativo passo verso una maggiore giustizia sociale, eliminando una discriminazione che penalizzava ingiustamente i lavoratori più giovani con disabilità.

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